La prova di contaminazione: quale norma utilizzare?

Sappiamo bene che in tutti i settori “Il cliente ha sempre ragione!”.
Questo perché i rapporti tra cliente e fornitore sono oggigiorno principalmente costituiti dagli aspetti economici (ufficio acquisti vs. responsabile commerciale) e molto meno caratterizzati da accordi tecnici.
Io però aggiungerei “…..a meno che l’interlocutore non parli di cose che non conosce”.
In questo caso serve anteporre alla trattativa commerciale un approccio tecnico, che consenta di avvicinare cliente e fornitore alla reale esigenza di fornitura.
Nel settore della pulizia dei componenti la discussione in ambito tecnico è spesso inconsistente, se non addirittura inesistente: il primo approccio a questa tematica è di sottovalutazione del problema o, ancor peggio, di totale sottomissione alle richieste cliente, perché non si conosce minimamente come affrontare il tema. Poi subentra la rassegnazione, perché il tema è talmente complesso che ci si “fida” al cliente, talvolta peggiorando le cose.
Esiste una norma internazionale, redatta in ambito ISO: è la ISO 16232:2018 – emessa a Dicembre 2018 – che dovrebbe sempre entrare nella dialettica di una fornitura dove è previsto un requisito di pulizia.
Le norme aziendali, quelle definite dai costruttori, sono – per la maggior parte delle volte – molto datate anche di 20 o 30 anni addietro e non tengono minimamente conto delle tecnologie di analisi che sono state sviluppate in quest’ultimo decennio (microscopia ottica in scansione, nanotomografia, procedure di estrazione del contaminante, etc).

Il laboratorio è attrezzato per eseguire test secondo le Norme ISO 16232:2007 e ISO 16232:2018 e le VDA 19, oltre che in conformità a numerose specifiche tecniche emesse da società e costruttori:

Diffidate pertanto da richieste di conformità a normative tecniche datate; affidatevi a laboratori accreditati 17025 per conoscere tutti gli aspetti normativi rilevanti per la pulizia dei componenti.

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